Tratto dal volume “I giudizi di Sgarbi” edito dall’ Editoriale Giorgio Mondadori 2004

Tratto dal volume “I giudizi di Sgarbi”
edito dall’ Editoriale Giorgio Mondadori 2004

Lo scultore Franco Fossi enuncia una serie di pensieri che si trasformano in opere plastiche, dove emerge chiara la sua intenzione di relazionarsi con la classicità, ribaltandola in raffigurazioni perfettamente sintonizzate con le problematiche della nostra contemporaneità. È questa una tipologia di lavoro carica di ardore, e persino di una misteriosa urgenza partecipativa che ha la qualità di rivelare le implicazioni più conturbanti del nostro vivere in un universo stravolto dalla tecnologia. Dalle sue mani di artista e di artigiano viene definito un codice simbolico che ricostruisce con intelligente autonomia anche il senso dell’arcano, e di quanto appartiene alla memoria archetipica. Quando l’osservatore si mette a confronto con queste opere così complesse, si stabilisce una comunicazione immediata ed emozionale, nella quale vibrano echi stranianti, che derivano da una costruzione certamente astratta, ma anche fortemente intrisa di sottintesi e di citazioni della classicità. Se questo scultore si rifà in parte a stilemi surrealistici, tuttavia la sua scultura è più precisamente riferibile agli accenti metafisici delle sperimentazioni pittoriche e scultoree del primo Novecento. Di quel momento storico egli effettua la rivisitazione attraverso una riflessione colta e motivata, in seguito alla quale utilizza grovigli segnici e allusioni mitologiche per raccontare un’alienità oggettivata, nei cui confronti gioca con intelligenza una sorta di sfida. Fossi proietta infatti la sua stessa interiorità in una serie di elaborazioni, che si propongono sin dal titolo in modo curioso e inquietante, poiché riferiscono la misteriosa natura di un Clone del seme celato, oppure svolgono il teorema spaziale di un’ Apoteosi alare. Coniugando provocatoriamente i temi inconciliabili di una mitologia arcaica e della moderna tecnologia, egli coglie e fissa nel suo modulo plastico, che resta sostanzialmente informale, lo scatto di un corpo, o l’espressività di un volto frammentato. Questi elementi visuali assolvono una funzione simbolica e sono presumibilmente il risultato di un giudizio persino feroce sulla ricerca scientifica, elargendo le immagini di un’ibridazione derivante dall’accoppiamento della biologia con la meccanica.

In questa commistione di elementi inconciliabili prende corpo il senso di una lacerazione, o lo smarrimento suscitato da una involuzione caotica. E se la decodificazione resta comunque difficile, è ben evidente il significato specifico di una gestualità plastica eversiva e di una narrazione drammatica. L’impeto che caratterizza queste strutture è comunque alimentato da una passionalità fredda, e dalla capacità dell’artista di domare il plasma materico pietroso o metallico, e di assoggettarlo a un’intenzione creativa fervidamente immaginosa. Se si può parlare di sperimentalismo, va detto che non si tratta qui di un esercitazione autoreferenziale, bensì della conseguenza di un continuo ripensamento espressivo, o della ripresa consequenziale di una riflessione maturata e approfondita nel corso di tappe successive. In ogni sua scultura l’artista riannoda il filo di un discorso precedente affinandone il senso, e traducendolo in nuove forme sintattiche, che possono chiudersi in un tutto tondo segnato da incavature profonde e da intrusioni figurali, come espandersi in geometrie dinamiche che dilatano e frammentano la forma dentro e intorno al vuoto. Ognuna di queste sculture è dunque un congegno intelligente che, pur nella devastazione della forma, materializza gli incubi di una realtà leggibile come un reperto archeologico a futura memoria.

Vittorio Sgarbi

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